domenica 27 marzo 2011

ATTO di ORGOGLIO ( di Costantino Posa)


Chi potrà mai dimenticare?
La paura negli occhi di chi è scampato.
Lacrime che non sanno dove andare.
Come si fa a morir d'inferno?
...Burattini che schizzano via,
come acrilici inchiostri dalle pareti di carta,
ormai già troppe volte, di riciclati mostri.
siete voi che avete fatto dell'ansia che ci attanaglia,
una realtà...così canaglia, che dice:
" è inutile che ci spacchiamo il cuore "
è così giusto e ineguale come si muore.

sabato 26 marzo 2011

QUEI POCHI NOI SVERGOGNATI. (di Costantino Posa)

QUEI POCHI NOI SVERGOGNATI.
Che fa se uno muore di fuoco, tanto è un libico.
Che fa se un kamikaze salta prima di un pensare,
tanto è sempre in bilico.
Che fa se l'Afgano è più di un Talebano,
tanto fa l'indiano.
Che fortuna se andando un pò più in là c'è quello di kioto.
Quello che per non morir si tuffa in maremoto.
Poi ci siamo noi, sempre più sciolti e liberi,
che per non morir di noia bruciamo un bel barbon.
Bisognerebbe dare un premio per l'audacia a quel negando la vita,
si droga e poi si sfoga.
Un cespuglio di ortiche a quel vil di membro
e poi buttarlo giù nel brembo.
Siamo tutti grandi fratello
che per non dormir da soli finiamo in un ostello.
In fondo ci piace non lasciar sospesi
ecco perchè ogni tanto per far tornar i conti
scegliamo un sol regolamento.
Siamo tutti per il sociale,
ma non ci sentiam affatto uguali.
Poi c'è il nord e il sud,
basta girarsi ce né ancor più al sud.
Sarebbe meglio andar sulla luna,
così, forse dopo noi uomini,
le donne vanno via ad una ad una.

giovedì 24 marzo 2011

AMORI ANDATI. (di Costantino Posa)

Amori andati.
Nel ricordo scippato al tempo ho rivisto un amore,
che ha dentro di sé un esito quasi fatale.....inutile.
Quello di essere una follia.
Quella che non ti fa capire.
Quella che ti fa urlare: " ti Amo ".
Quella che ti lascia dire: " Solo Quello ".
Inerpicata ad un "si", si raccorda con le rocce dell'età.
Quando poi tutti sembrano scontenti di tutto,
ha fatto quello che voleva fare........andare via.
Quando si invecchia, restano soltanto i sogni,
quelli che che ti fanno vedere....Nulla di nulla.
Mentre i nostri pensieri sono strumenti a corde
se parlano del tanto vissuto
o grandi Gong se urlano di amori ormai andati.

ANCHE AL BUIO. (di Costantino Posa)

ANCHE AL BUIO.

Messaggi regolari, come aveva promesso la mente,
corsero con estrema facilità verso le aspettative,
bruciando sul tempo ogni barriera, oltre ogni perplessa dimenticanza.
Forse è eccessivo affermare ce l'ho fatta,
mentre il cuore reattivo e veloce si occupa dei battiti di un altro cuore.
Una scelta felice: Quella di aver cercato senza essersi mai fermato
quella tempesta di vento dove ci si trova a proprio agio.
In realtà è bastato percorrere l'attimo di uno sguardo
per capire un'intesa e far tua la più dolce possibilità.
E poi. i pensieri non ti lasciano mai, si leggono bene anche al buio.

A MIO PADRE. (di Costantino Posa)

Occhi chiari di azzurro, il tuo male contrasta il cammino del tuo volere.
Mentre il pensiero annega tra i rigoli di gocce lacrimose.
Le speranze e le gioie, battute, non più certe, di ciò che il tuo cuore vede,
si dissolvono al mattino di un giorno ormai lontano
tra gli odi di campane e lamenti di un addio.
Costrinse i miei sogni a serrarsi tra nuvole di fumo confuso
e occhi rigati di pianto di chi chiede: " Perchè?"
Di chi urla: " non mandarti via ",
lasciandomi a vagar tra le ombre agitate di una mattinata di resa.
La mia vita, ogni tanto, macchiata di brogli, non esita a chiedersi:
" Chi ero io, allora, tra sogni proibiti? "
Nel nascere di un pensiero forse mi verrà in mente
di come, allora, la vita ha provato a spaventarmi
in balia di una emergenza, inseguendo un'isola che non c'è.

mercoledì 23 marzo 2011

INCUBO. ( di Costantino Posa)


INCUBO
Sempre diverso e sempre uguale, così è stato fino a ieri,
eppure è primavera. Perchè le rondini non volano più?
Immerso nei pensieri intorpiditi, sospeso tra lo stravagante
e il potere del dubbio, cammino senza pianto tra i resti di tanto male.
Raccolgo poco, ma vado avanti.
Ciò che accade trionfa e avvelena chi non ce la fà.
E' bastata soltanto una scossa, penso: " Perchè non si è fermata? "
Quelle rondini non tornano più.
Nel dubbio, ripeto: " Ieri era quasi primavera " eppure quella marea non mi sembra per niente vera.

domenica 20 marzo 2011

AD UN NONNO. ( di Costantino Posa)



Ad un Nonno.

Mi capita spesso immaginare il ritornare del tempo,
seguendo le orme di chi è passato prima.
Quella sedia, fatta di intrecci di racconti di un vecchio fumatore,
di aride foglie arrotolate, come fossero papiri.
Ogni tiro, una nuvoletta, come fossero fumetti.
Mi parlava dei tedeschi, come fossero creatori di teschi.
Mi parlava della guerra, combattuta per metà in terra.
Mi parlava dell'amico spappolato come un fico.
Mi parlava delle donne sempre avvolte dalle gonne.
Quando poi, arrivò il suo giorno, mi confidò: Questa volta mi sa che non torno.


venerdì 18 marzo 2011

ANCORA DONNE e BAMBINI. ( di Costantino Posa)

Ancora banalità nelle cose che scrivo. Pensieri banali, parole inutili dette da tanti ancor più vili. Il coraggio mancato di mostrarsi. Il coraggio sconsiderato di sparlare, senza mai voltarsi. Ancora banalità nelle cose scontate. Ancora rabbia per le cose mai ascoltate. Si può morir di fuoco, lo si fa anche per molto poco. Si può anche vivere per poco, lo si fa soprattutto per uno scopo. Ancora banalità nelle cose che sento. Ancora falsità, ma io non mi pento. Io almeno mi presento. Io almeno, come tanti, riesco a guardarmi dentro. Ancora banalità nelle cose che penso, mentre tu che fai? Ti diverti? Soltanto ieri piangevi di essere ancora solo. Ti mancava l’amore. Ti mancava la gioia di averle finalmente accanto. Io ti vedo, riesco a vederti, cammini solo per la via. Ancora una volta sei riuscito a superarti. Le hai volute. Le hai avute e poi le hai amate e ancora le hai uccise. Sei grande tu, sei riuscito ad essere il più grande, le hai stuprate e poi contento le hai eliminate.

mercoledì 16 marzo 2011





A MIA FIGLIA

A te che sei mia figlia.......quante volte mi sono chiesto " accidenti che ti piglia ".
A te che sei nata nel nostro cuore.....ancor prima di svegliarti al mondo.............
Il tempo vola.........non più " Checco e Chello "....averti accanto è ancor più bello.
Il tempo corre.......e tu, ormai..........Donna.........corri più del tempo.
Se ti accorgerai di aver lasciato il cuore.......oltre il confine delle ore
.......non disperare.
Se il tempo si farà beffe della tua voglia di osare.....fai in modo di non rinnegare.
L'amore che scandiva lo spirito del tempo........non ha smesso di parlare.
L'amore ........sa di tornare, al di là di ogni contrattempo.
L'amore ........sa anche accelerare......quando è ora di salvare.
L'amore.........quando vuole.........sa anche amare.
E se è per te.........saprà sempre cosa fare.

UN SOGNO.

                                    UN SOGNO.
E’ strano, ieri ero felice, mi mancava soltanto il mio mare, quel mare che oggi ha portato via la mia casa. Quel mare sognato ogni notte. Desiderato ogni giorno, ogni volta che al risveglio mi affacciavo alla vita. Era lì dopo quel ponte che ora non c’è più. Oltre quel muro che in un solo attimo è venuto giù. Oltre quei suoni messi a tacere in quel giorno di ieri. E’ strano era già da un po’ che desideravo andare incontro a quel mare. Ci dovevo andare con lei, ancor prima di renderla mia sposa. Evviva, avevo deciso di portarla ancora a quel mare. E’ strano non sono riuscito neanche a svegliarla, è stato il mio mare a portarmela via. Ho visto la mia chiesa, dove avevo deciso di portarla come mia sposa. L’ho vista andar via, inclinata su un fianco, ferita. L’ho vista andar via senza un suono di campana verso il largo di terra laggiù. Ho chiuso gli occhi per un attimo, per me era soltanto un misero sogno, poi ho contato fino a dieci, suggerendomi che era soltanto un sogno. Un sogno era immaginare di poter essere ancora felici. Ho riaperto gli occhi, non c’era neanche la mia bici. E pensare che ieri temevo di perdere il posto, ora guardo laggiù, non vedo neanche quel chiostro più in su. E’ strano ho provato a chiamarla laggiù, la sento ma lei non verrà mai quaggiù. Ho richiuso gli occhi per solo un attimo in più. Poi pian piano ho spiato tutto intorno, girandomi intorno a me stesso, mi sento in un posto diverso. Lei non c’è più, la mia casa è finita laggiù, la mia vita ancora più in là, al di là del prossimo domani. Strizzo gli occhi, non penso, se è un sogno vorrei svegliarmi al più presto, ma se poi tutto è così, preferisco dormire di più.

martedì 15 marzo 2011

Opere Inedite, Costantino Posa

Opere Inedite, Costantino Posa

LIBERTA' PER TUTTI.


“ Libertà per tutti”

L’uomo ripiegato su se stesso è lo stesso uomo di prima.
Quello che nel poter decidere camminava dritto, sempre avanti.
Quello che ha vissuto, sognato e combattuto.
...Quello che ha parlato e ha scelto la sua strada.
Quello che dirà: “ Non tornerò più in piedi “,
i miei costretti non vogliono.
Costretto al silenzio, alla fuga, a sopravvivere, a prostituirmi.
Quello che mise nel cuore un sol pensiero: “ Libertà”.
Ora è tempo di cercare la cordialità di un tempo.
Quella che ad ogni bivio ti dice: “ vai di qua o di là”
e se non ti piace, puoi cambiare.
L’uomo ripiegato su se stesso è lo stesso uomo di domani.
Quello che parlerà sempre di un domani.
Quello che lavorerà e potrà stringere le tue mani.
L’uomo ripiegato su se stesso
è lo stesso uomo di tanti momenti,
precipitato nel panico, mesto, rifugio dei perdenti
per vivere di un unico sol momento di tormenti.

SE PENSO.

"もし私が考えてみてください。 それはではなく、私が望んでいた 私は、私の世界を世界中で使用さ 感情のリポジトリをする。 ...私は、最前列の席を望んで しかし、それは私が考えたものではなかった。 今回は、異なっている 今私は迷ってしまいました。 それは、もはや我々が想像する世界だった 私が愛したものに従う権利を留保。 死は反乱では、彼は常に、より多くの望んでいる ...".

IL LENTO MUTAR..


Il lento mutar delle stagioni
si dispone in pausa, soave
tra il non dimenticare e il pensiero,
certo, di un voler riprogrammare
sui frammenti tracimati,
vinti e sorpassati di tante convinzioni.
Un tributo di sangue dovuto
per non restare oltre l'amarezza
di un voler ricordare a tutti i costi.
Le lancette di una vita
pensavano di depistare,
dietro il visibile dei bei ricordi.
Il silenzio intuisce che si tratta
soltanto dell'attimo che segue ogni attimo,
mi riporta alla sobrietà degli sguardi frequenti
per non dover mai soffrire
per ogni amore strappato
e per non dover semmai rinnegare
quelli che ancor debbano venire.
Il lento mutar delle stagioni
ci fa vivere ancora d'amor del tempo.

SE PENSO.

SE PENSO.

Non era quello che volevo, usavo il mondo, il mio mondo come un deposito di emozioni.
Volevo un posto in prima fila, ma non era quello che pensavo.
Questa volta è diverso, ora mi sento soltanto perso.
Non era più il mondo che immaginavo, riservandomi di seguire ciò che amavo.
La morte è in rivolta, ne vuole sempre di più, in fondo la vedo quella lacrima,
persino negli occhi di quella morte.
Anche lei se ne accorta, di aver sfidato troppo la sorte.
Anche lei piange...se ne accorta di aver esagerato con la morte.

lunedì 14 marzo 2011

OCCHI CHE NON DORMONO.

OCCHI CHE NON DORMONO.

Occhi che non dormono. Occhi che non piangono.
Occhi di neve bianca su una pelle bruna,
di chi ha smesso di morire tra le dune gelide di un mondo ultimo.
Occhi che hanno smesso di sognare.
Occhi che hanno perso ogni speranza.
Occhi in fuga, soltanto per finire un pò più in là,
tra le onde tacite....sempre pronte a coccolarli.
Occhi che non soffrono. Occhi che non temono.
Occhi senza fame di chi si chiede: " Perchè son nato? "
Stretti, cupi e avviliti, incollati ad un legno morto.
Quasi a soffocare i lamenti di cuori spenti.
Occhi che si chiedono: " Perchè son partito? "
Occhi che ogni tanto riposano in fondo al mare.
Occhi che fanno finta di arrivare
per poi finire in fondo ad un viale.
Pochi, soli ad elemosinare.

2010

.........2010.

Sentiva il bisogno di piangere.
Gocce disperse all'interno di un ricordo senza fine.
Quando mi diceva: " Non posso affidare la mia vita " alle maree di un inferno.
" Non voglio più diventare malinconia " come la luce di un crepuscolo, bella e rara,
come il vissuto insieme per poco tempo.
Perché le cose sfuggono? Perché le stagioni concedono? e poi a caso tolgono.
Perché raccontare il dolore? Quando poi tutto va. Quando è l'ultimo....tutto passa.

sono una gattina.

…………………..……….” SONO UNA GATTINA “. In realtà sono una gattina. Tutti mi chiamano Birba, persino la famiglia dove sono andata a vivere. E’ una cosa strana che risale a parecchio tempo fa. Un bel giorno una signora che mi ha visto nascere mi ha consegnata nelle mani di una bella ragazzina. Poi mi hanno fatto capire che si chiamava Valentina. A dire il vero, io non mi ricordo molto del tempo prima, ma a quanto pare la mia famiglia d’ origine essendo troppo numerosa, aveva creato non pochi fastidi in quella casa precedente. Qualcuno di noi doveva sacrificarsi ed ai voti mi fu affidata, senza saperlo, l’ingrato compito di sfrattare. Come ho detto, non mi ricordo affatto come sono finita in questa famiglia un po’ strana. Per tutta la vita non ho fatto altro che cozzare contro persone diverse e cose strane.Ad essere sincera pensavo di affibbiarmi un altro nome, ma poi le cose non vanno come uno se l’aspetta……… Birba ci può anche stare. C’è in questa casa solo una persona che non mi chiama così ed è quel signore alto con i baffi. Spesso lo sento imprecare. Un giorno mi chiama col mio nome. Un altro giorno mi dice – “signorina”. Il giorno dopo esordisce dicendo – “giovane”. Non capisco, se è stato deciso in una riunione di famiglia che il mio nome doveva essere Birba, non vedo perché ogni tanto qualcuno si diverte a cambiarmelo. Poi c’è quella signora anziana, mi urta i nervi, perché non gioca mai con me. Ogni qualvolta che mi avvicino, al massimo mi tira un calcio, non si degna neanche di salutarmi. Non parliamo poi di quell’ altro giovanotto tutto muscoli. Ogni tanto appare, questo va bene, evidentemente avrà tanto da fare. Lo sento spesso parlare, mentre accende la TV, dice : “ che si mangia? ”. Poi all’improvviso scompare, non solo di pomeriggio, ma anche tutte le sere. Quelle poche volte che sta con noi, si stende su quel suo divano tutto dritto al televisore e non fa altro che maneggiare un piccolo affare nero con dei tasti. Da quel momento è come se non ci fosse più nessuno. Se suona il telefonino, dice : “ ci è moh ? “. Ogni tanto esplode, non di gioia, ma mentre cerco di riposare dopo un’ ora di caccia sul tetto, all’improvviso scoppia, borbotta e non vorrei neanche dirlo, spesso bestemmia. Non ho ancora capito a chi si rivolge. Ho provato a guardare il monitor, non ne capisco, vedo soltanto tante maglie dello stesso colore, correre a destra e a sinistra dietro una palla. Un giorno ho provato a prenderla, ma era tutto piatto, tutto finto. Ora devo dirvi la verità. C’è una persona che a me piace più delle altre. Parlo di quella signora che sin dal primo giorno mi ha sorriso, mi accarezza, mi coccola. Spesso mi prende tra le sue mani e dice :” tesoro mio che c’è? ” mentre mi gira e mi rigira come se fossi un gomitolo di lana morbida. Io certe volte sto al gioco, altre volte cerco di morderla, è dolce come una mamma e allora desisto e mi lascio convincere dalla bontà delle sue ricette. Tra le mie favorite, ci metto quella simpaticona di Valentina, anche lei è una gattina, anche se devo ammettere, tante volte scappo, perché ho capito che mi vuole bene, solo che spesso mi assale, mi sballotta di qua e di la, fino a quando, arrendendomi, decido di non muovermi più, sperando che tutto si fermi. Ad essere sincera, non sono molto contenta per le ricette che mi preparano. Il giorno in cui preferisco un po’ di pesce, mi riempiono la ciotola di manzo. Quando mi aspetto di avere della carne, trovo pronto una specie di pane, solo che non capisco, perché è dolce, eppure dovrebbero saperlo che ho un po’ di diabete. Ma la cosa che mi fa più arrabbiare è che ogni tanto, senza che io l’abbia mai chiesto, a cena mi riempiono il vassoio di una cosa chiara con i buchi. Sembrano tanti tubicini di plastica. Loro dicono che si mangiano, ma ad essere sincera a me fanno un po’ schifo, non danno di niente. Certe volte mi convinco che forse sarò costretta ad usare le unghia. Vi spiego : “ ci ho messo tante notti ad abituarmi a dormire nel mio letto, giusto al centro, quello grande, dove spesso sento la signora russare, ma da un po’ di sere mi prendono nel bel mezzo di un sonnellino e mi sbattono, anche se con modi gentili, in un cestino con una copertina vecchia che sicuramente appartiene a quella signora muta che quando cammina sembra una macchina con il freno a mano tirato. Tra l’altro ho notato che è già sfilacciata ai bordi. Se ero io a decidere, quella vecchietta la metterei fuori casa. Che ci sta a fare con noi? Non fa niente, sporca dappertutto e tante volte quando la portano al bagno, si sente una puzza incredibile. Mentre io, il mio bagnetto lo tengo sempre in ordine e se mi accorgo della mancata sostituzione della sabbia, mi rifiuto di entrarvici dentro. Piuttosto preferisco farla in un vaso. Un’altra cosa strana l’ho notata in quel signore di prima, quello che tutti chiamano papà. Mi sta facendo perdere la voce. Quante volte gli ho chiesto di farmi uscire in terrazzo e lui ride soltanto e mentre io mi affliggo ad implorarlo, il tempo passa e gli uccelli volano via. Neanche capisco, perché non và a lavorare, sta sempre tra i piedi, sempre con quelle carte e matita in mano. Mi chiedo cosa scrive, per me avrà dei grossi problemi. Una sera poi mi ha fatto mangiare dei grossi pezzi di carne, per poco morivo soffocato. Quante volte ho detto a tutti di farmela ben cotta e a pezzi piccoli. E poi, mi piacerebbe averla quando ho fame, non solo quando lo decidono loro. Altra tragedia è quando Valentina fa i compiti. Per non sentirle gridare, spesso m’infilo in quei cassetti così pieni che sono costretta ad appiattirmi come una sogliola, per poter riposare in santa pace. Poi c’è, ogni tanto quel ragazzino che viene a fare i compiti da noi. E’ più piccolo degli altri, ma non fa altro che mangiare. Fa il testo e vuole bere. Fa matematica e chiede una banana. Deve leggere e si mette a parlare di play-station. Mi piacerebbe sapere cosa viene a fare da noi. Mi occupa la casa. Mi distrae la famiglia e mi svuota il cestino della frutta. Una volta l’ho visto cadere per le scale con quel suo enorme zaino. Senza gridare, solo che quando arrivò giù in fondo alle scale lo sentii esclamare :” per poco prendevo un pesce ”, cosa centra il pesce con la sua caduta? Non parliamo poi di quel altro signore che ogni tanto la domenica viene a prendere il te. Una domenica si e una si. Come arriva, con quella sua pelle scura coperta quasi sempre da una barba che secondo me, lo invecchia molto, urla a squarciagola, non mi sembra italiano e poi si rivolge soltanto a me. Mi spaventa, faccio per scappare, ma la casa è così piena da non riuscire a trovare un angolino libero dove nascondermi. Poi tra l’altro spesso si toglie le scarpe e si stende su quei divani chiari da poco lavati. Un’altra cosa che mi fa rabbia è perché mi hanno tenuta chiusa dentro, senza dirmi dell’esistenza di un giardino. Quando un giorno sono riuscita a scappare dal balcone, mi sono resa conto che da quelle parti gironzolavano altri miei simili. Anche le farfalle mi fanno innervosire. Quando cerco di afferrarle, si spostano all’improvviso. Faccio tanti di quei salti, ma inutilmente. Tante volte quando mi costringono a risalire in casa, faccio per riposare e vorrei essere capita : la vita all’aria aperta è bella, ma consuma energia, quindi mi piacerebbe rilassarmi un po’ vicino alla stufa o giù, vicino al computer, ma cosa succede? C’è sempre uno della famiglia che sistematicamente ogni due giorni, se ne và in giro con quel aspirapolvere rumoroso e ingombrante. Perché non fare le pulizie quando sono in giardino? Vivremmo tutti in santa pace. Un giorno mi sono permessa di addentare una ciambella appena uscita dal forno. Un casino della malora. Mi sono detta :” cosa sarà mai, tanto dopo me la danno lo stesso ”. E poi si parla tanto di famiglia, dello stare insieme, di cenare insieme, ma ogni volta che cerco di sedermi a tavola insieme a loro, c’è sempre il più intelligente che mi afferra per il collo e mi sbatte a terra. Così non si può vivere, non c’è dialogo, non c’è rispetto, c’è solo emarginazione, e poi io sono curiosa. Mi piacerebbe sapere dove và sempre tutti i giorni, tutte le sere, quel Nicola. Quello che parla sempre di un certo Adriano. Tutte le notti, arriva tardi, zitto-zitto sale in mansarda in punta di piedi, ma poi di colpo accende la luce, la TV,. Io sto dormendo, apre il frigorifero, beve alla bottiglia, fa dei rutti da brivido, va al bagno, scarica. Poi apre quel suo letto rumoroso, sempre con quel telefonino in mano. Facendo così mi rovina il sonno, poi al mattino dopo sono nervosa, non riesco a fare le fusa e per farmi le unghia, spesso prendo certi ceffoni. Una volta mi si sono infilate in una tenda. Mi chiedo di che cosa sono fatte tutte queste tende che ogni tanto vedo arrivare in casa. Si è strappata tutta e per poco sbattevo i denti sul pavimento. Quando poi, il micio del vicino è venuto a miagolare dietro alla porta, ho visto uscire sempre lui, il papà con una scarpa in mano. Correndo come un matto, poi dice che gli fa male la schiena. L’altro giorno per farmi rientrare in casa, mi è corso dietro con il tubo dell’acqua. Eppure lo sanno tutti che noi gatti odiamo bagnarci. Mi sa tanto che questi uomini hanno parecchie rotelle fuori posto. Per fortuna, qualche volta, in queste notti fredde mi fanno dormire con loro, almeno resto un po’ al caldo e se al mattino qualcuno si alza presto, me ne accorgo subito, così lo seguo e con un po’ di fortuna lo convinco ad aprire quel barattolino di manzo, sempre chiuso nel frigo, in cassaforte come fosse un lingotto d’oro. Forse un giorno prenderò anch’io carta e penna, così metterò per iscritto le regole di buona convivenza, altro che protezione animali. Questi umani sono proprio da riformare. Se ne vanno a Lecce e mi lasciano tre giorni da sola con quella specie d’interista. So io cosa ho passato in quei giorni. Le luci tutte accese. Musica ad alto volume. Frigorifero sempre aperto. Piatti sporchi. Da mangiare sempre lo stesso menù. Sempre riso e se cercavo di reclamare, mi lanciava subito una ciabatta. Un’ altra cosa che mi irrita è quando mi prendono per la coda, come se fosse un manico di una paletta. Alcune mattine per far felice il mio padroncino, gli ho portato le calze sul letto, ma poi quando ho visto che lo pretendeva tutte le mattine, ho piantato tutto e ho detto basta. Io sono abituata ad essere una gattina. Non credo di essere un cagnolino a cui basta un ossicino per farsi fregare. A me piace essere servita e mi fa rabbia vedere quei passeri sull’antenna. Io li chiamo, mi strozzo e loro niente, se ne stanno lì fermi a guardare il panorama. Adesso devo scappare, c’è quella signora nel quadro che non si degna di rivolgermi la parola e pensare che ho passato tante di quelle sere a farle il filo, ma niente, è sempre lì immobile. Ricordatevi soltanto che, anche se mi chiamate Birba, io sarò sempre una signora gattina.

VOLA TRAMONTO.

VOLA TRAMONTO.Vola tramonto, dopo un lungo giorno. Fermati un attimo, prima della buia notte.
Che le tue luci possano ricamare gli abissi dell'anima. Tessere il silenzio di dolci parole.
La speranza che un giorno lei, lui possano cambiare. Che il tramonto di luci possa arrivare in ogni nicchia di chi non vuole ascoltare. Scardinare ogni nebbia di chi non vuole amare.
Attraversare gli oceani di chi non vuol capire, fino a raggiungere le radici dei tuoi orizzonti.
Se puoi fermati un attimo anche laggiù, dove si vive solo di morte.
La speranza che un giorno tu possa tornare oltre la riva di chi muore di fame, di chi vive di mali.
poi torna a volare oltre la notte, per poi finalmente quaggiù ritornare.

FLY COUCHER DE SOLEIL.
Fly coucher de soleil après une longue journée. Arrêtez-vous un moment, avant la nuit noire.
Votre éclairage peut broder les profondeurs de l'âme. Tisser le silence des mots doux.
L'espoir qu'un jour elle pourrait le changer.
Que les lumières au coucher du soleil peuvent venir dans toutes les niches de gens qui ne veulent pas écouter. Miner le brouillard de ceux qui ne veulent pas de l'amour.
Traverser les océans à ceux qui ne veulent pas comprendre, jusqu'à ce qu'il atteigne les racines de vos horizons. Si vous pouvez vous arrêter pour un moment là-bas aussi, où la vie est que la mort. L'espoir qu'un jour, vous pouvez aller sur le bord de populations affamées, qui vivent au Mali.
puis de nouveau de survoler la nuit, puis enfin de retour.

SUNSET FLY.
Fly sunset after a long day. Stop for a moment, before the dark night.
Your lights can embroider the depths of the soul. Weaving the silence of sweet words.
The hope that one day she might change him.
That the sunset lights can come in every niche of people who do not want to listen.
Undermine any fog of those who do not want to love. Cross the oceans to those who do not want to understand, until it reaches the roots of your horizons.
If you can stop for a moment there as well, where life is only death.
The hope that one day you can go over the brink of starving people, who live in Mali.
then back to fly over the night, then finally back here.

VUELA PUESTA DEL SOL
Vuela puesta de sol después de un largo día. Deténgase un momento, antes de la noche oscura.
Las luces pueden bordar las profundidades del alma. Tejiendo el silencio de palabras dulces.
La esperanza de que algún día ella podría cambiarlo.
Que ilumina la puesta del sol pueda entrar en todos los nichos de personas que no quieren escuchar.
Minar cualquier confusión de aquellos que no quieren amar.
Cruz de los océanos a los que no quieren entender, hasta llegar a las raíces de sus horizontes.
Si usted puede parar por un momento así, donde la vida es sólo la muerte.
La esperanza que un día se puede ir más al borde de personas muriendo de hambre, que viven en Malí. a continuación, volver a volar en la noche, y finalmente de vuelta aquí.
” AD UN FIGLIO MAI NATO “.
E’ passato tanto tempo da quando non ti parlo. Nei primi anni di matrimonio con la tua mamma,sai quante volte ti ho parlato nella mia mente? Ora a distanza di tanti anni, non ricordo quasi più il nome che avevo scelto per te. Sai tante volte tornando dal lavoro ho immaginato che tu apparissi ogni qualvolta che aprivo la porta della nostra casa. Quante volte salendo le scale, in quei giorni di speranza, mi è parso di sentire la tua voce: “ ciao papà “. Anche questo mio scritto è dedicato a te. Quante notti ho sperato che le tue braccia si aggrappassero alle mie gambe, come io facevo da piccolo con il tuo nonno Michele. Ora a distanza di tanti eventi lunghissimi, posso finalmente dirti come ti avrei chiamato. Per tanti anni col vento che mi sbatteva in faccia, tra le fogli cadenti d’autunno, tra le nevi candide d’inverno, tra il caldo dei raggi del sole e tra il fiorire di ogni primavera, ho sperato in ognuno di questi momenti di chiamarti con il tuo nome “ Michele “, come mio padre. Come quel padre che tanto mi è mancato nei tanti momenti di fragilità e solitudine. Mentre riavvolgo le scene del film della mia vita, un tuo pensiero invano cerco di ritrovare tra i tanti fotogrammi di una pellicola, ormai vecchia, stanca e consumata. Chissà, se anche tu da lassù hai una memoria del nostro tempo mai passato insieme. Forse anche tu vorresti ascoltare la mia voce. Forse anche tu vorresti che dicessi: “ figlio mio “. Forse anche tu vorresti sapere qualcosa di me. Forse vorresti che ti prendessi in braccio a parlarti della tua mamma. Anche lei, come fosse Penelope, ha vissuto dieci anni a tessere il tuo pigiamino di lana morbida e calda, in attesa del suo piccolo Ulisse. Sai quante volte la tua mamma ti ha accarezzato mentre dormivi tra noi. Si, perché per tanti lunghissimi anni, tu eri sempre in mezzo a noi. Ogni sera mi addormentavo e sognavo le tue ginocchia dietro la mia schiena, mentre la mano della mamma continuamente ti copriva. Ma poi al mattino trovavo sempre il vuoto tra me e lei. Ora che ci penso, già in viaggio di nozze, la tua mamma spinta da un inusuale ritardo delle sue cose, telefonò alla tua zia dicendo: “ ciao, mi sa che tuo fratello sta facendo le cose in grande “. Forse quelle stesse cose erano più grandi di me. Quel dodici maggio del 1979, quando partivo nell’avventura della mia vita, non immaginavo che non ti avrei avuto accanto. Poi col passare del tempo, per tutti i giorni a venire, la lontananza del tuo sguardo, mi rendeva tormentoso e insicuro, mentre cresceva in me una convinzione di fissa negatività, che giorno dopo giorno ha pian piano abbattuto il mio ottimismo. Ogni volta, in mancanza di allegria, può spegnersi come una candela senza ossigeno ed è stato allora che mi sono sentito colpevole di averti negato al mondo. Dovevi vedermi quel giorno in ospedale, come un uccellino scampato ad un terribile nubifragio. Quando mi apparve un camice bianco, dicendomi: “ signor Posa, non si preoccupi, ce ne sono tanti, ma solo alcuni hanno mobilità “. Già dal primo momento di quella giornata, avvertii non poco disagio, quando una distaccata infermiera mi riempì la mano di un piccolo contenitore col mio nome stampato sopra, dicendomi: “ vada di là e quando ha finito, torni da me “. Tu non c’eri. Tu non hai visto il posto dove entrai quel giorno. Un piccolo bagnetto di servizio con tante scope e ramazze accantonate in un angolo. Una piccola finestra dava sulla strada alle spalle dell’ospedale. Tu non c’eri quel giorno, quando ripensando ai tanti film americani su “ Day Hospital “, dove tutto era pianificato. Tutto era funzionante e accogliente. Dove tanti resuscitavano persino i morti. Dove io immaginavo di trovarmi con tanti medici intorno. Dove i miracoli avvenivano più che in passato. La realtà, la mia realtà era completamente diversa. Mi trovavo in uno sgabuzzino e circondato da tante belle donne, dovevo inventarmi un orgasmo fruttifero. Devi credermi, quel giorno, mi fu tanto difficile trovare una ispirazione. Mi guardavo intorno, il mio harem era scomparso. Provai a guardare dalla finestra, cercando almeno una minigonna di passaggio. Ora capisco, si trattò solo di un momento di disarmante sconfitta. Tra le mie onde altalenanti di fortuna e sfortuna, quel giorno, qualcuno strappò la tua mano dalla mia. Continuai a cercarti per tanto tempo ancora, fino a quando capii di non poter influire più di tanto su una sbadata sfortuna. Mentre la tua immagine affondava in un mare cupo e tormentoso. Nei mesi successivi mi ingolfai a ingerire medicine diverse tra loro, reperite non in Italia, ma soltanto dalle farmacie vaticane. Ogni volta che mi annegavo in una fiala disgustosa, sperai in un miracolo non molto lontano. Mi dicevo: “ vengono da lì, dal Vaticano, ci sono buone speranze “. Quale posto poteva essere più indicato per un miracolo? Finì soltanto che ingrassai quasi come un maiale. Ogni volta che buttavo giù quell’intrugli, mi saliva in gola un disgustoso vomito, ma io facevo come sempre affidamento su quella sfacciata fortuna che mi aveva sempre assistito. Quella volta i capricci di una fatalità beffarda erano tutti contro di noi. Col tempo, poi, ho vissuto come un condannato a morte. L’apparire della nebbia sul volto della tua mamma. Mai una parola si accusa. Mai tentò la fuga da quella squallida sentenza. Ora posso dirtelo, lei pur soffrendo più di me, sostituì la tua mano con la sua e con il sentimento del sorriso, lottò a lungo contro il male. Quel male squallido e sconosciuto che alla fine, senza sparare neanche un colpo, impedì per sempre di portarti tra noi. Sappi che questa lettera non è una confessione, tanto meno un diario. Io da sempre, dal giorno che tu non sei nato, ho sempre dialogato con te. Non ho vissuto tanto tempo con l’illusione, ma ho fatto dell’assurdo, quello che comunque tu eri con noi. L’ancora della salvezza. Lo scoglio dove potermi aggrappare nei momenti di forte tempesta. Scrivo anche con la speranza, ardente e sublime, che tu possa leggerlo da lassù. Se tu riuscissi a farlo, vorrebbe dire che qualcuno lassù si sta prendendo cura di te. Quando muore un figlio, resta la possibilità, ogni tanto, di portare un fiore sulla sua tomba.






Quando un figlio non nasce, resta solo un’alternativa al dimenticare ed è quella comunque di pensare ogni tanto a lui. Per me scrivere, vorrà dire che forse un giorno, chiuderò questa lettera e senza attaccarvi un francobollo, un giorno, quando “ Lui “ lo vorrà, la porterò di persona a consegnartela, così potrò stringere ancora una volta la tua mano che tanto tempo prima sfuggì, trascinata da un disegno contrario alle aspettative. C’è una crudezza nei miei scritti. Ho continuato ad amarti anche quando la cruda realtà, senza pietà, si è presentata a me, senza alibi, senza alternativa. In quei giorni di smarrimento quante volte ho posato le mani sul pancione della tua mamma. Ho sperato che qualcuno spingesse dall’interno, convincendomi che forse almeno uno di quei piccoli birbanti fosse riuscito ad intrufolarsi nell’amore di una madre. Di chi potrei ricordarmi, in questa notte, se non di lei. Lei che non ha mai cessato di amarmi. Lei che mi ha sempre capito al volo, anche quando il silenzio faceva da padrone. Sai quante volte con lei, seduti sulla barca della vita, abbiamo ascoltato il suono del mare, con lo sguardo fisso in avanti a scrutare l’orizzonte. Senza parole. Solo intenti ad udire là, in fondo, tra il balbettare delle onde sospinte da correnti e venti, nel vago tentativo di vedere apparire una vela spiegata, dritta verso di noi. Una vela che portasse la lieta notizia. Che dicesse tra le ondulazioni del vento, che ogni cosa non era inutile. Che il nostro amore era più forte del caso. Come sarebbe stato bello se con quella vela fosse arrivato anche un tuo sorriso. Devo anche a questo mancato approdo se, quando il mondo mi ringhia addosso, spesso il mio umore non è stabile. Da sempre i suoi mutamenti mi portano dal buio totale ad accelerazioni ironiche verso ampi spazi di felicità. Tante volte accuso il colpo, ma poi reagisco e mi convinco che quel mondo assassino non può avercela con me. Ben altre sono le cose che l’impegnano. Ti dico questo, perché pur considerando la necessità parlarti, di aprire a te il mio dramma segreto, sento che in me cresce una energia che a tratti si fa largo tra le spine pungenti dell’incertezza. Mi completa. Mi gratifica con un senso di compiacimento che momentaneamente cancella il senso del terribile. Rivolgendomi a te con la mia biro, ormai quasi completamente consumata, provo una divertente curiosità. Immagino di dover soddisfare la tua voglia di sapere. Immagino che tu voglia conoscere qualcosa della tua vita mancata. Sapere di tua madre. Perciò prima di addentrarmi come sempre nelle contrarietà della mia vita, desidero che tu sappia di come sarebbe stato bello per te, essere tenuto stretto al caldo del suo seno. Di essere coperto di baci. Sai, io la vedo tutti i giorni, come si dedica a tanti altri. La vedo quando prende in braccio quella gattina e le parla sorridendo. Come se lei fosse la sua vera mamma. Me ne accorgo dal modo in cui quella piccolina la cerca e le si addormenta vicino. Si sente protetta, inattaccabile e felice di vivere con una guerriera, così invincibile, da tenere costantemente lontano ogni pericolo. Saresti stato bene con lei. Ti avrebbe coccolato tanto. Ti avrebbe condotto lungo la giungla della vita, insegnandoti come fare, stimolandoti nelle scelte, fino a portarti a proseguire da solo, sicuro e forte con la consapevolezza di sapere sempre come agire. Devi sapere della bellezza delle sue malinconie. Di come riusciva poi, sfruttando a proprio favore quei momenti di abbandono per ritrovare all’improvviso la spinta per riprendere quel cammino programmato anche per te. Devi sapere come era doloroso quei giorni dover rispondere a quelle domande: “ i figli, niente ancora ? “ noi abbiamo sempre vissuto assieme agli altri. Insieme a tanti bambini e in quegli attimi di allegria, di voci che si accavallavano, io seguivo anche quella voce un po’ diversa, come se non ci fosse in quel momento. Come se cercasse a far parte, senza togliere a nessun altro del mio mondo. Come se cercasse finalmente la sua mamma rapita malauguratamente dalla sorte. Quella sorte che accompagna sempre ognuno di noi mortali, donandoci tante cose belle. Tante cose degne di essere vissute. Mentre, ogni tanto si prende gioco di noi. Cosa credi che è sempre tutto uguale ? quello che a me è mancato, ad altri invece, con un cattivo disegno di voler quasi ripagare, ha tante volte esagerato. Sai quante mamme e quanti papà hanno dovuto lottare contro la miseria e contro le avversità della vita. Immobilizzati dal doversi occupare di tanti altri figli, senza avere grosse disponibilità. Quante mamme e quanti papà hanno dovuto abbandonare l’idea di occuparsi con tanto amore dei propri figli, travolti da colpe, tante volte frutto dell’ignoranza o conseguentemente a scelte diaboliche, senza tanta pietà, hanno poi determinato distacchi anche definitivi. Tante volte quel famigerato lieto evento, come noi grandi usiamo dire, ha alimentato una scintilla che sempre più ha incenerito l’affetto e il dialogo tra tante mamme e tanti altri papà. Quando ero ragazzo, dopo la morte dolorosa e prematura di mio padre, tuo nonno, spesso dialogavo con me stesso, dicendomi: “ se un giorno avrò un figlio, gli darò tanto di quell’amore, tanta dedizione, come quella che sicuramente mi aveva dato e che avrebbe sempre continuato a dare tuo nonno, mio padre “. Già allora capivo, come era importante sentirsi determinanti e importanti per qualsiasi essere umano. Una considerazione che alleggerisce le fatiche e che anche se sono tante e dolorose, ti spingono ad andare avanti. Ho accettato la tua mancanza, nella valle dei miei affetti più importanti, come ho accettato quella di mio padre, senza ossessioni e gelosie verso altri figli o verso altri padri. Considerando, con consapevolezza, che quanto era mancato a me, a tanti altri era stato destinato tanto di peggio. Non mi sono mai chiuso nel mio dolore. Mi è bastato attingere alla cronaca di tutti i giorni, per capire quanto sia difficile organizzare il proprio futuro. Sai quante volte vorrei trovarmi al fianco di quelle giovani madri, che sballottate da una cancerogena debolezza interna, hanno finito per scaricare i propri figli, appena nati, in un cassonetto della spazzatura. Avrei voluto suggerire loro di aspettare. Di non avere fretta. Di chiedere a quei corpicini, cosa vedessero in quel momento. Forse sarebbe bastato l’apparire di un sorriso sul volto di quei piccoli nati. Questo le avrebbero convinte di non buttare nel nulla la grande opportunità di essere mamma. Di essere considerate importanti. Di trovare la forza di andare avanti, poi l’amore avrebbe risanato tutto. Loro non sapranno mai cosa si prova a stringere una piccola mano di un bimbo mai nato. D’altra parte cosa è cambiato per loro ? oltre alla miseria e alla disperazione, hanno aggiunto l’onta di aver commesso un crimine che in modo sconvolgente, le priverà poi di apprendere l’ignoto meccanismo di un rapporto difficile, ma allo stesso tempo coinvolgente che nel tempo avrebbe donato loro, la certezza di essere state partecipi di tante altre pagine emozionanti di quel lunghissimo libro che è la vita. Certe volte quando mi sento solo, irrimediabilmente invoco una forma di pietà verso me stesso. Ecco l’apparire del dubbio. Cosa sarei stato ? sarei stato all’altezza ? o l’equivoco avrebbe potuto contrastare il nostro stare insieme, portandoci col tempo a prendere strade diverse. In quegli anni, non trovavo la forza di staccarmi dallo spiraglio di un chissà e mi lasciavo catturare da un’infinità di domande, nel tentativo, ormai debole e un po’ malinconico di rendere le cose incerte, prima fra tutte l’esclusione della tua mamma alla felicità. Immaginavo campane a festa che celebrassero il tuo battesimo. Il tuo primo giorno di scuola. La tua prima apparizione nel complesso mondo della società. Le tue sofferenze. I tuoi amori. Le tue gioie. Immaginavo le tue confidenze. Immaginavo quel magico momento in cui potevo poggiare la mia mano sulla tua spalla. Aiutarti nei momenti difficili. Immaginavo di diventare il nonno dei tuoi figli. E poi, dopo una vita fatta da tanti scricchiolii, da tante salite, da tanti stop improvvisi, ma da tanta felicità del vivere insieme. Dell’importanza, quella di essere l’uno per l’altro. Immaginando così, alla fine di partire, consolato dalla certezza di averti tramandato qualcosa d’importante, dove poter attingere con continuità, senza tentennamenti, indecisioni e paura.

IL MIO RAPPORTO CON LA POESIA.

IL MIO RAPPORTO CON LA POESIA.
Cosa mi ha portato verso la poesia? una premessa: Le chiamo poesie, probabilmente alcune lo sono, altre un po’ meno, poiché non seguono un vero e proprio criterio di stesura tipica di una vera poesia. Non mi ritengo in grado di individuarle e catalogarle come vere poesie, forse o giustamente ritengo di non averne la capacità giusta per poterlo fare. Tanti parlano di rime, in alcune mie la rima è quasi inesistente. Perché poesia? Poesia per amore? Amore verso la vita, nonostante tutto quello che la vita stessa mi ha spesso tolto. Amore verso le persone care. Una rivalsa nei confronti dell’incapacità di essere completamente capito. Amore e rivalsa verso tutte quelle cose incomplete della mia vita. La perdita di un padre a 15 anni. Gli studi interrotti dopo tale evento. Le difficoltà della famiglia d’origine e quindi il mio ingresso nel mondo del lavoro molto prima del tempo dovuto. Poi come spesso accade a tutti l’incontro con la persona giusta e più amata della mia vita. Il matrimonio, le stesse difficoltà di una vita di coppia, i figli propri mai arrivati e la scelta. Quella dell’adozione. Prima l’affidamento di due ( un ragazzo e una ragazza ). L’adozione di Valentina, mia figlia e il distacco e rinnego da parte dell’altro dopo 16 lunghi anni di vita assieme. Le aspettative deluse, l’amore riposto e non considerato nell’altro. Ancora la difficoltà di capire ed essere capito. L’incredulità, tante volte, per tutto ciò che accade. La poesia come liberazione di qualcosa che rimane dentro per tanto tempo, come può essere stato un pensiero: quello di avere per sempre un padre o quello di avere un figlio. Un sogno mai realizzato, come può essere stato quello di avere sempre una famiglia completa. Tante volte le parole restano dentro o escono in modo errato. La poesia è un modo per dire le stesse cose avendo molto più tempo per dirle nel modo giusto. La poesia per arrivare dove non si è mai riusciti di arrivare veramente, nel cuore e animo di tanti. La poesia per guardarsi dentro e riuscire a comunicare anche con se stesso. Quelle che io chiamo poesie, forse sono soltanto pensieri rimasti inascoltati, una specie di liberazione. Le mie poesie non parlano soltanto di me. In tante cerco d’immedesimarmi in ciò che accade attorno, prendendone il posto di qualcun altro, cercando di capire e spiegare lo stato d’animo, la gioia o il disagio di ciascuno di essi. La poesia come il raccontare di tanti eventi, cercando in qualche modo di darne una spiegazione. Nella mia poesia sono stato un soldato, un kamikaze, un morto per strada, un vagabondo, uno che ama, un rimpianto, uno che rinnega. Nella mia poesia sono il silenzio e il vento, parlo del tempo e dell’accidentalità di ogni evento. La poesia, perché in fondo mi fa stare bene, mi permette di dire veramente tutto ciò che provo dentro, lasciando da parte tante altre banalità. Tante volte mi chiedo, perché? Continuo a scrivere cercando anche di rispondere a certe mie perplessità. Tanti hanno scritto di me, della mia capacità di entrare nell’animo della gente. Altri hanno detto che la mia poesia è qualcosa di banale, di scontato. Alcuni mi hanno anche offeso. Tutto questo non potrà mai fermarmi, perché sento che è una cosa mia. Una cosa che ho dentro e che mi fa stare bene. Continuerò a scrivere a dispetto di chi non apprezza. Da piccolo vivevo di paure: paura del buio, paura della morte, delle cose misteriose, dell’aldilà. Per vincere le mie paure, le affrontavo, magari andando a cinema, film di orrore. Era un modo per esorcizzare una delle mie tante paure. La vita spesso mi ha messo paura, ma io accusavo il colpo e andavo avanti. La mia poesia a tanti non piace, non mi ritengono un poeta, offendendomi senza neanche conoscermi. Quello che scrivo per me è poesia, mi fa bene, mi aiuta a capire la gente, mi ha aiutato tanto a farmi capire da tanti altri ancora. La poesia perché in fondo ritengo che tutti siamo capaci di dare qualcosa, come un lasciare  qualcosa di se stesso, qualcosa che ti distingue. In fondo basta volerlo veramente. Ritengo che l’uomo ha la capacità di comunicare, ha i mezzi per poterlo fare. Io ho scelto la poesia come la mia grande possibilità di riuscire a comunicare. Se torno indietro a quando ero ragazzo, penso di capire quali possano essere state le motivazioni che mi hanno spinto verso la poesia o almeno provo ad immaginarle. Sotto certi aspetti sono le stesse che da piccolo mi hanno spinto a correre dietro ad una palla e molto più tardi verso la pesca. Sicuramente il piacere, la gioia di cimentarmi e continuare attività nuove e coinvolgenti. Scrivere di come il nostro animo reagisce e spiega l’emozione, il sentimento, la delusione, l’euforia percepita. Tornando a quel ragazzo che scriveva su fogli di carta, mi viene facile pensare alla similitudine con le tante pagine della mia vita. La vita un insieme di pagine, di momenti completamente diverse tra loro. Eppure non ho mai creduto di essere perseguitato dalla sfortuna, semmai ho sempre cercato di spiegare e capire il perché di certi eventi.

VIA COL VENTO 2017.

Se l'aurora chiede: "Ma tu sei vecchio?" Viene facile dire: "No" ho solo tinto i capelli. Gli anni sono come po...